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BASSANO NEL '500 06/11/2011
 
Il ponte di Bassano Il ponte di Bassano sul Brenta, detto Ponte Vecchio, è noto anche come ponte degli Alpini ed è il soggetto e il titolo di un canto popolare degli Alpini.
La storia del ponte inizia ben prima, nel 1209 si ebbe la sua prima costruzione databile. Questa struttura fu definitivamente travolta dalle piene del fiume nell'ottobre del 1567. Andrea Palladio nel 1569 progettò un nuovo ponte, proponendo inizialmente un progetto completamente diverso dal precedente, ovvero a tre arcate di pietra sul modello degli antichi ponti romani (ricopiando il contemporaneo progetto del Ponte sul Tesina). Il Consiglio cittadino bocciò il progetto, imponendo all’architetto di non discostarsi troppo dalla struttura tradizionale. Così nell’estate 1569 Palladio tornò ad un progetto su struttura in legno, in modo tale che la sua elasticità fosse in grado di contrastare l'impetuosità del fiume Brenta, ma di grande impatto visivo. Il ponte era appoggiava su 4 piloni di legno di forma triangolare, allineati al flusso d'acqua, ed era ricoperto da un tetto, sostenuto da colonne tuscaniche; Questo ponte fin dall'antichità costituiva la via di comunicazione principale fra Bassano e Vicenza. Ancora nel 1748 il ponte fu travolto da una piena; fu poi ricostruito tre anni dopo da Bartolomeo Ferracina.
Durante la seconda guerra mondiale il ponte fu nuovamente distrutto dai nazisti mentre si ritiravano, ma fu ricostruito nel 1947, secondo l'originale disegno di Palladio, in nove mesi. Successivamente al nome ponte vecchio, si aggiunse la dicitura, ponte degli Alpini in quanto furono tra i principali sostenitori della sua ricostruzione.

Villa Angarano
Villa Angarano è una villa veneta situata a Bassano del Grappa (Provincia di Vicenza). Originariamente concepita da Andrea Palladio intorno al 1548, solo le ali laterali furono costruite su progetto del celebre architetto. Il corpo centrale è opera di Baldassare Longhena nel Seicento.
L'edificio è dal 1996 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del Veneto.

Storia 
Della villa che Palladio progettò per il suo grande amico Giacomo Angarano nei dintorni di Bassano del Grappa esiste ben poco: solamente due barchesse che affiancano un corpo padronale dall’aspetto chiaramente seicentesco. La tavola dei Quattro libri dell'architettura di Palladio (II, p. 63) ci restituisce la planimetria del complesso nelle intenzioni dell’architetto: due barchesse piegate a “U” che serrano un corpo padronale fortemente sporgente.

 
 
-Con l’elezione del nuovo papa Pio IX sembrò aprirsi un’epoca nuova.
-Il pontefice attuò varie nuove riforme e accettò il ruolo di papa liberale.
-Vennero introdotte nuove riforme anche in Toscana e nel Regno di Sardegna ma non nel Regno delle due Sicilie.
-Erano riforme caute e non ben volute dai sovrani che non le volevano concedere.
-Erano ben viste però dall’opinione pubblica come segno di disponibilità.
-Il clima politico era in fermento dovuto dall’atteggiamento dell’Austria che alimentava sentimenti patriottici e antiaustriaci con susseguirsi poi di manifestazioni popolari.
-Queste tensioni vennero usate dai moderati per proporre ai principi l’introduzione di nuove riforme come unica via per impedire l’esplosione di una rivoluzione sociale.
-Il programma moderato prevedeva: elettività dei consigli provinciali e comunali, riforma dei codici e pubblicità dei processi, leggi sulla stampa più liberali, creazione di un sistema di ferrovie, libertà di commercio interno, unificazione di monete, pesi e misure.
-Tutto questo risultava già superato dalle rivendicazioni costituzionali e patriottiche ormai diffuse nell’opinione pubblica.
-L’Italia fu investita dal movimento rivoluzionario che colpì prima il Regno delle due Sicilie a causa del re Ferdinando II che si rifiutava di concedere riforme al popolo.
-Nel gennaio del 1848 Palermo insorse e costrinse Ferdinando a promettere la Costituzione.
-La rivolta di Palermo costrinse anche gli altri sovrani a concedere la Costituzione per paura che accadesse quello che è successo a Palermo.
-La cosa comune di queste Costituzioni era la forte impronta moderata.
-Le nuove riforme non furono concesse dall’Austria questo provocò l’insurrezione di Venezia che riuscì a scacciare gli austriaci e quella di Milano e anche loro riuscirono a cacciarli.
-A Milano si instaurò un governo provvisorio.
-Milano era indecisa se chiedere l’intervento della monarchia sabauda oppure no.
-Infine si decise per l’intervento di Carlo Alberto che dichiarò guerra all’Austria e ottenne l’appoggio di Pio IX, Leopoldo II e Ferdinando II.
-A causa di una strategia incerta e attendista la prima guerra di indipendenza fu persa.
-Carlo Alberto fu sconfitto gravemente a Custoza e l’Austria lo costrinse a ritirarsi oltre il Ticino.
-Con la sconfitta di Carlo Alberto caddero anche i moderati e presero piede i democratici che sotto la guida di Giuseppe Mazzini cacciarono il papa da Roma e costituirono la Repubblica romana.
-Il comando delle truppe fu affidato a Giuseppe Garibaldi.
-Il movimento democratico conquistò anche la Toscana.
-Carlo Alberto provò un nuovo attacco contro l’Austria per ottenere il prestigio perso ma fu sconfitto definitivamente e abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II.
-L’Austria riprese Brescia e poi Firenze.
-La Sicilia fu ripresa dai borboni.
-Restava infine la Repubblica romana e Venezia ancora libere.
-Roma fu riconquistata dal papa grazie all’intervento di Spagna, Francia e Regno di Napoli.
-Cadde infine anche Venezia a causa della fame e di un’epidemia di colera dopo un lungo assedio austriaco.
 
 
Le mura di Costantinopoli o mura Teodosiane sono un'opera di architettura militare bizantina, la più grande per l'impero bizantino. Edificate in pietra, circondavano e proteggevano la città di Costantinopoli (oggi Istanbul).
Le mura di Costantinopoli furono edificate a partire da quando la città fu fondata come nuova capitale dell'impero romano (324). Nella più che millenaria storia dell'impero bizantino, le mura furono continuamente fortificate, fino alla caduta della città per mano dei turchi ottomani (martedì 29 maggio 1453).
Inizialmente furono costruite le mura di Costantino, che proteggevano la città da potenziali attacchi sia da terra, che per via mare. Successivamente, l'imperatore bizantino Arcadio, visto che la città si stava espandendo, ordinò all'architetto Flavio Antemio di costruire una nuova cinta muraria, che venne edificata nel V secolo sotto il regno di Teodosio II. Questa nuova cinta muraria era molto potente, tanto da essere considerata inespugnabile. Salvò molte volte Costantinopoli da assedi, condotti da avari, arabi, rus', e bulgari. Solo la polvere da sparo e i cannoni resero obsolete le fortificazioni, con la conseguenza di tre assedi da parte degli ottomani, di cui i primi due furono respinti, ma il terzo andò a buon fine per gli ottomani, che conquistarono Costantinopoli, e posero così fine al millenario impero romano d'Oriente.
Le mura di Costantinopoli furono mantenute intatte anche all'inizio della dominazione ottomana, fino a quando nel XIX secolo alcune parti delle mura furono smantellate per allargare i vecchi confini della città medievale. Nonostante la successiva mancanza di manutenzione, molte parti delle mura sono sopravvissute e visibili ancora oggi. Un grande programma di restauro è stato avviato dal governo turco dal 1980, per permette così ai visitatori di apprezzare il loro originario aspetto.

Mura terrestri 
Antiche mura di Bisanzio Bisanzio fu fondata da coloni greci di Megara, guidati da Byzas, da cui la città prese nome, e le prime fortificazioni della città furono costruite nel VII secolo a.C.. Bisanzio, pur avendo un prospero commercio, era relativamente poco importante durante il periodo romano, ma divenne prominente nella guerra civile tra Settimio Severo e Pescennio Nigro. La città appoggiava Pescennio Nigro e per questo Settimio Severo l’assediò dal 193 al 196. Settimio Severo riuscì a conquistare la città e a demolirne le mura, revocando alla città il suo status di città privata. Successivamente Severo si pentì di ciò che aveva fatto, infatti rivalutò l'importanza strategica di Bisanzio, e la fece ricostruire abbellendola con monumenti imperiali, tra cui l'ippodromo, e ricostruendo anche la cinta muraria, più larga dell'antica area greca. Non sono rimasti resti delle mura Severiane, ma ne conosciamo il percorso e sappiamo che la porta principale si trovava poco prima dell'ingresso della successivo Foro di Costantino.

Mura Costantiniane 
Quando Costantino I trasferì la capitale dell'impero romano da Roma a Bisanzio, che rifondò con il nome di "Nova Roma", ampliò notevolmente la nuova città e la munì di una nuova cinta muraria di circa 2,8 km (15 stadi), a ovest delle mura severiane, incorporando un territorio ancora più esteso. Le mura di Costantino erano costituite da un'unica muratura, rinforzata con torri a distanze regolari. L'opera difensiva iniziò ad essere costruita nel 324 e venne completata sotto il regno del figlio, Costanzo II. Il corso della cinta muraria è approssimativamente noto, essa andava dalla zona di Porta Plateia del Corno d'Oro fino alle mura marittime, vicino alla Porta di San Aemilianus sulle mura di Propontis. Le mura Costantiniane sopravvissero durante gran parte del periodo bizantino, anche se furono sostituite dalle mura Teodosiane; solo la Porta d'Oro - spesso attribuita a Costantino ma d'incerta età - sopravvisse fino alla fine dell'impero bizantino e venne distrutta nel 1509 da un terremoto. La porta, conosciuta anche come la "Porta di Attalos", è stato descritta nel tardo periodo bizantino dallo studioso Manuele Crisolora come una costruzione di "blocchi di marmo con ampia una grande apertura", e coronata da una sorta di stoa. Nei secoli precedenti, la porta era stata decorata con molte statue, tra cui una rappresentante Costantino I, che però si distrusse cadendo in un terremoto nel 740. Alla fine dell'epoca bizantina, sulla porta fu dipinta una crocifissione, per questo gli ottomani la chiamarono İsakapi ("Porta di Gesù").
Tuttavia già agli inizi del V secolo, Costantinopoli si era estesa al di fuori delle mura Costantiniane, nella zona conosciuta come la Exokionion.

Mura Teodosiane 
Nel 408, l'imperatore Teodosio II iniziò la costruzione di una nuova cinta muraria, a circa 1.500 m ad ovest dal centro, che si estendeva per 5.630 metri tra il Mar di Marmara e il borgo delle Blacherne vicino al Corno d'Oro. La costruzione della nuova cinta muraria iniziò quando l'imperatore aveva sette anni, nonostante ciò le mura divennero note come mura Teodosiane (in greco Theodosianon o Teichos). La cinta muraria fu costruita sotto la direzione del prefetto Pretorio d'Oriente Antemio, fu completata nel 413. Le mura si estendevano per circa 5,5 km da sud a nord, dalla Torre del Marmo, rinominata dagli ottomani Mermer Kule (in greco Vasileiou Pyrgos kai Konstantinou, "Torre di Basilio e Costantino") sulla costa del Propontis fino alle Blacherne, che termina circa l'area del Palazzo del Porfirogenito (conosciuta in turco come Tekfur Saray), dove successivamente saranno costruite le mura delle Blacherne. La Nuova Roma ebbe così chiusi nella sua città sette colli, viene così giustificata la denominazione Eptalofos, come Vecchia Roma. Il 6 novembre 447 un forte terremoto distrusse gran parte della cinta muraria, Teodosio II ordinò quindi al Prefetto urbane Ciro Panopoli (a volte indicato dalle cronache come Costantino) a supervisionare le riparazioni che dovevano essere immediate e veloci, visto che la città era minacciata da Attila, che si trovava in Ungheria. Ciro usò i lavoratori della città, i dēmoi (più noti come "Circo fazioni"), grazie ad essi riuscì a ricostruire le mura in soli sessanta giorni, come testimoniano due iscrizioni in greco e latino nella Porta di Mevlevihane. In più fu aggiunta una seconda schiera di mura esterna, con un ampio fossato aperto di fronte alle pareti.    

Costruzione 
Le mura sono state costruite in due linee di difesa, con annesso un fosso. La principale cinta muraria era quella interna (Ἕσω Τείχος, l'ESO Teichos o Mega Teichos, "Grande Muraglia") una struttura solida, 5 metri di spessore e 12 metri di altezza. La grande muraglia di fronte è composta di blocchi di calcare accuratamente tagliati, mentre al suo interno è colmo di malta di calce e mattoni schiacciati. Ci sono tra le sette e le undici fasce di mattoni, di circa 40 cm di spessore che attraversano la struttura, non sono solo una forma di decorazione, ma anche di rafforzamento della struttura, visto che i mattoni fanno da legante tra la facciata in pietra e l'interno, in modo da così aumentare la resistenza della struttura ai terremoti. La cinta muraria fu rafforzata con 96 torri, a piazza ottagonale (soprattutto) o esagonale, queste torri sono alte tra i 18 e i 20 metri, sono collocate a intervalli di 55 metri. Ogni torre merlata aveva un terrazzo in cima, al suo interno venne di solito diviso da un piano in due sezioni. La camera inferiore, che si apriva alla città, fu utilizzata per lo stoccaggio, mentre dalla parte superiore si poteva entrare dalla parete della passerella, che aveva le feritoie per vedere e per sparare proiettili, l'accesso alla parete fu poi fornito da grandi rampe lungo l'interno.
La cinta muraria esterna (Ἕξω Τείχος, Exo Teichos o Proteichisma) fu costruita a distanza di 15-20 metri dal muro principale, la distanza tra i due muri fu chiamato peribolos. Il muro esterno era di 2 metri di spessore di base, in primo piano c'erano le camere arco sul livello del peribolos, coronato da un camminamento merlato, raggiungendo un'altezza di 8,5 metri. L'accesso alla cinta muraria esterna della città era fornita tramite le porte principali o attraverso piccole porte che si trovavano sulla base della parete interna della torre. La cinta muraria esteriore aveva 96 torri, una stanza forma di mezzaluna (simbolo di Costantinopoli insieme a una stella), situata a metà strada della parete interna della torre, essa agisce in sostegno della torre. Queste stanze hanno una finestra al livello del peribolos, che è coronata con una terrazza merlata, questa parte della mura era meno solida e consentivano l'accesso al terrazzo esterno. La cinta muraria esterna fu una formidabile linea difensiva per Costantinopoli, come negli assedi del 1422 e del 1453, in cui i bizantini e i loro alleati, essendo troppo pochi per coprire entrambe le linee difensive delle mura Teodosiane, si concentrarono sulla difesa del cinta muraria esterna.

Mura marittime 
Le mura marittime di Costantinopoli vennero erette per prevenire attacchi via mare. Questa essendo infatti ormai protetta via terra grazie alle imponenti mura teodosiane, doveva essere difesa anche sul mare. Per questo vennero stese catene galleggianti tra il Corno d'Oro e la penisola del Galata, per impedire che navi straniere entrassero senza permesso nel porto e venne costruita una cerchia di mura che correva lungo le coste per bloccare qualunque tentativo di sbarco sulla città.

 
 
La corte di Napoli in quest'epoca fu una delle più raffinate e aperte alle novità culturali del Rinascimento: erano ospiti di Alfonso Lorenzo Valla che proprio durante il soggiorno partenopeo denunciò il falso storico della donazione di Costantino, l'umanista Antonio Beccadelli e il greco Emanuele Crisolora. Ad Alfonso si deve anche la ricostruzione di Castel Nuovo. L'assetto amministrativo del regno rimase grossomodo quello dell'età angioina: furono ridimensionati però i poteri degli antichi giustizierati (Abruzzo Ultra e Citra, Contado di Molise, Terra di Lavoro, Capitanata, Principato Ultra e Citra, Basilicata, Terra di Bari, Terra d'Otranto, Calabria Ultra e Citra), che conservarono funzioni prevalentemente politiche e militari. L'amministrazione della giustizia fu invece devoluta nel 1443 alle corti baronali, nel tentativo di ricondurre le antiche gerarchie feudali nell'apparato burocratico dello stato centrale. È considerato un altro importante passo verso il raggiungimento dell'unità territoriale nel regno di Napoli la politica del re, volta ad incentivare pastorizia e transumanza: nel 1447 Alfonso I varò una serie di leggi, fra cui l'imposizione ai pastori abruzzesi e molisani di svernare entro i confini napoletani, nel Tavoliere, dove molti dei terreni coltivati furono trasformati anche forzatamente in pascoli. Istituì inoltre, con sede prima a Lucera e poi a Foggia, la Dogana della mena delle pecore in Puglia e l'importantissima rete dei tratturi che dall'Abruzzo conducevano alla Capitanata. Questi provvedimenti risollevarono l'economia delle città interne fra L'Aquila e la Puglia: le risorse economiche legate alla pastorizia transumante dell'appennino abruzzese un tempo si disperdevano nello Stato Pontificio, dove fino ad allora avevano svernato le mandrie; con i provvedimenti aragonesi le attività legate alla transumanza coinvolsero, prevalentemente entro i confini nazionali, le attività artigianali locali, i mercati e i fori boari tra Lanciano, Castel di Sangro, Campobasso, Isernia, Boiano, Agnone, Larino fino al Tavoliere, e l'apparato burocratico sorto attorno alla dogana, predisposto alla manutenzione dei tratturi e alla tutela giuridica dei pastori, divenne, sul modello del Concejo de la Mesta iberico, la prima base popolare dello stato centrale moderno nel regno di Napoli. In misura minore lo stesso fenomeno si verificò fra Basilicata e Terra d'Otranto e le città (Venosa, Ferrandina, Matera) legate alla transumanza verso il Metaponto. Alla sua morte (1458) Alfonso divise nuovamente le corone che aveva unito assegnando al figlio Ferrante il territorio italiano continentale (regno di Napoli o regno di Sicilia al di qua del faro) mentre Aragona e isole a Giovanni II.
Re Alfonso lasciò quindi un regno perfettamente inserito nelle politiche italiane. La successione del figlio Ferdinando I di Napoli, detto Don Ferrante, fu sostenuta dallo stesso Francesco Sforza; i due nuovi sovrani insieme intervennero nella repubblica di Firenze e sconfissero le truppe del capitano di ventura Bartolomeo Colleoni che insidiavano i poteri locali; nel 1478 le truppe napoletane intervennero nuovamente in Toscana per arginare le conseguenze della congiura dei Pazzi, e poi in Val Padana nel 1484, alleate con Firenze e Milano, per imporre a Venezia la pace di Bagnolo.
Il potere di Ferrante però, durante la sua reggenza, rischiò seriamente di essere minacciato dalla nobiltà campana; nel 1485 tra la Basilicata e Salerno Francesco Coppola, conte di Sarno, e Antonello Sanseverino principe di Salerno con l'appoggio dello Stato Pontificio e della repubblica di Venezia furono a capo di una rivolta, con ambizioni guelfe e rivendicazioni feudali angioine, contro il governo aragonese che, accentrando il potere a Napoli, minacciava la nobiltà rurale. La rivolta è conosciuta come congiura dei baroni e fu debellata nel 1487 grazie all'intervento di Milano e Firenze. Per un breve periodo la città de L'Aquila passò allo Stato Pontificio. Un'altra congiura filoangioina parallela, tra Abruzzo e Terra di Lavoro, fu guidata da Giovanni della Rovere nel ducato di Sora, terminata con l'intervento mediatore di papa Alessandro VI. Nonostante gli sconvolgimenti politici, Ferrante continuò nella capitale Napoli il mecenatismo del padre Alfonso: nel 1458 sostenne la fondazione dell'Accademia Pontaniana, ampliò le mura cittadine e costruì Porta Capuana. Nel 1465 la città ospitò l'umanista greco Costantino Lascaris e il giurista Antonio D'Alessandro, nonché nel resto del regno Francesco Filelfo, Giovanni Bessarione. Alla corte dei figli di Ferdinando gli interessi umanistici presero però un carattere molto più politico, decretando fra le altre cose l'adozione definitiva del toscano come lingua letteraria anche a Napoli: è della seconda metà del XV sec. l'antologia di rime nota come Raccolta aragonese, che Lorenzo de' Medici inviò al re di Napoli Federico I, in cui si proponeva alla corte partenopea il fiorentino come modello di volgare illustre, di pari dignità letteraria con il latino. Gli intellettuali napoletani accolsero il programma culturale mediceo, reinterpretando in modo originale gli stereotipi della tradizione toscana. Sull'esempio del Boccaccio Masuccio Salernitano già aveva steso, attorno alla metà del '400, una raccolta di novelle in topoi pastorali e mitici della poesia bucolica virgiliana e teocritea, anticipando di secoli la tendenza del romanzo moderno e contemporaneo ad adottare come riferimento poetico un sostrato mitologico-esoterico. L'ispirazione bucolica del Sannazaro si connotò anche come contrappeso agli stereotipi cortigiani dei petrarchisti, dei provenzali e siciliani, o dello stilnovismo, e nel ritorno ad una poetica pastorale si legge una chiara contrapposizione umanistica e filologica della mitologia classica alle icone femminili dei poeti toscani, fra cui Dante e Petrarca, che velatamente esprimevano le tendenze politiche e sociali dei comuni e delle signorie d'Italia. Sannazzaro poi fu anche modello e ispirazione per i poeti dell'Accademia dell'Arcadia, che proprio dal suo romanzo presero il nome della loro scuola letteraria. cui le trovate satiriche furono portate ad esiti estremi, con invettive contro le donne e le gerarchie ecclesiastiche, tanto che la sua opera fu inserita nell'Indice dei libri proibiti dall'Inquisizione. Un vero e proprio canone letterario fu inaugurato invece dal Sannazzaro che, nel suo prosimetrum Arcadia, per la prima volta espose in volgare ed in prosa i
Già dalla prima grande epidemia di peste (XIV secolo) che coinvolse l'Europa, le città e l'economia del Mezzogiorno estremo furono pesantemente colpite, tanto da rendere quel territorio che dalla prima colonizzazione greca era rimasto per secoli uno dei più produttivi del Mediterraneo, una vasta campagna spopolata. I territori costieri pianeggianti (pianura del Metaponto, Sibari, Sant'Eufemia), ormai abbandonati, erano impaludati e infestati dalla malaria, ad eccezione della piana di Seminara, dove la produzione agricola accanto a quella della seta sosteneva una debole attività economica legata alla città di Reggio.
Nel 1444 Isabella di Chiaromonte sposò Don Ferrante e portò in dote alla corona napoletana il principato di Taranto, che alla morte della regina nel 1465 fu soppresso e unito definitivamente al regno. Nel 1458 arrivò nel Mezzogiorno il combattente albanese Giorgio Castriota Scanderbeg per sostenere il re Don Ferrante contro la rivolta dei baroni. Già precedentemente lo Scanderbeg venne a sostegno della corona aragonese a Napoli sotto il regno di Alfonso I.
Il condottiero albanese ottenne in Italia una serie di titoli nobiliari, e i possedimenti feudali annessi, che furono rifugio per le prime comunità di arbereschi: gli albanesi, esuli a seguito della sconfitta da parte di Maometto II del partito cristiano nei Balcani, si insediarono in zone del Molise e della Calabria, fino ad allora spopolate.
Una ripresa delle attività economiche in Puglia tornò con la concessione del ducato di Bari a Sforza Maria Sforza, figlio di Francesco Maria Sforza duca di Milano, offerta da Don Ferrante per confermare l'alleanza fra Napoli e la città lombarda.Succeduto Ludovico il Moro a Sforza Maria, gli sforzeschi trascurarono i territori pugliesi in favore della Lombardia, finché il Moro cedette ad Isabella d'Aragona, erede legittima alla reggenza di Milano, Bari, in cambio del ducato lombardo. La nuova duchessa in Puglia iniziò una politica di miglioramento urbanistico della città, a cui seguì una leggera ripresa economica durata fino al governo della figlia Bona Sforza e alla successione al titolo regale di Napoli di Carlo V.
Nel 1542 il viceré Pedro di Toledo emise il decreto di espulsione per gli ebrei dal regno di Napoli. Le ultime comunità che già dalla grande diaspora del II sec. si erano insediate fra Brindisi e Roma sparirono dalle realtà urbane in cui avevano trovato accoglienza. Nei porti della costa pugliese e nelle principali città della Calabria, nonché con alcune deboli presenze in Terra di Lavoro, dopo la crisi dell'economia cenobitica del XVI sec., gli ebrei erano l'unica fonte efficiente delle attività finanziarie e commerciali: oltre al privilegio esclusivo, concesso dalle amministrazioni locali, di esercitare il prestito di denaro, le loro comunità gestivano importanti settori del commercio della seta, relitto di quel sistema economico del mediterraneo che nel Mezzogiorno sopravvisse alle invasioni barbariche e al feudalesimo.
A Don Ferrante successe il primogenito Alfonso II nel 1494. Nello stesso anno Carlo VIII di Francia scese in Italia a sconvolgere il delicato equilibrio politico che le città della penisola avevano raggiunto negli anni precedenti. L'occasione riguardò direttamente il regno di Napoli; Carlo VIII vantava una lontana parentela con gli angioini re di Napoli (la nonna paterna era figlia del Luigi II che tentò di sottrarre il trono partenopeo a Carlo di Durazzo e a Ladislao I), sufficiente per poter rivendicare il titolo regale. Con la Francia si schierò anche il ducato di Milano: Ludovico Sforza aveva spodestato gli eredi legittimi del ducato Gian Galeazzo Sforza e sua moglie Isabella d'Aragona, figlia di Alfonso II, sposi nel matrimonio con cui Milano aveva suggellato l'alleanza con la corona aragonese. Il nuovo duca di Milano non si oppose a Carlo VIII, il quale si diresse contro il regno aragonese; evitando la resistenza di Firenze, il re francese occupò in tredici giorni la Campania, e poco dopo entrò in Napoli: tutte le province si sottomisero al nuovo sovrano d'oltralpe, salvo che le città di Gaeta, Tropea, Amantea e Reggio. Gli aragonesi rifugiarono in Sicilia e cercarono il sostegno di Ferdinando il Cattolico. L'espansionismo francese spinse però anche il papa Alessandro VI e Massimiliano d'Asburgo a costituire una Lega contro Carlo VIII, per combatterlo e infine sconfiggerlo nella battaglia di Fornovo: alla fine del conflitto la Spagna occupò la Calabria, mentre la repubblica di Venezia acquisiva i porti principali della costa pugliese (Manfredonia, Trani, Mola, Monopoli, Brindisi, Otranto, Polignano e Gallipoli). Alfonso II morì durante le operazioni belliche, nel 1495, e Ferrandino ereditò il trono, ma gli sopravvisse un solo anno senza lasciare eredi; nel 1496 divenne re il figlio di Don Ferrante e fratello di Alfonso II, Federico I, il quale dovette nuovamente affrontare le ambizioni francesi su Napoli. Luigi XII duca d'Orléans aveva ereditato il regno di Francia dopo la morte di Carlo VIII; avendo il re d'Aragona Ferdinando il Cattolico ereditato il trono di Castiglia stipulò un accordo con i sovrani francesi pretendenti il trono di Napoli, per spartirsi l'Italia e spodestare gli ultimi aragonesi nella penisola.
Luigi XII occupò il ducato di Milano, dove catturò Ludovico Sforza, e, d'accordo con Ferdinando il Cattolico, si mosse contro Federico I di Napoli; un accordo fra francesi e spagnoli aveva previsto la spartizione del Regno di Napoli fra le due corone: Abruzzo e Terra di Lavoro, nonché il titolo di rex Hierosolymae e, per la prima volta, di rex Neapolis, al sovrano francese, mentre Puglia e Calabria, con i titoli ducali annessi, al sovrano spagnolo. Con tale trattato l'11 novembre del 1500 il titolo di rex Siciliae fu dichiarato decaduto dal papa Alessandro VI e unito alla corona d'Aragona. Federico I di Napoli rifugiò ad Ischia e, infine, cedette la propria sovranità al re di Francia, in cambio di alcuni feudi nell'Angiò. Nonostante l'occupazione del regno fosse riuscita con successo ad entrambi, i due re non si trovarono concordi nell'attuazione del trattato di spartizione del regno: restarono indefinite le sorti della Capitanata e del Contado di Molise, sui cui territori sia francesi che spagnoli rivendicavano la sovranità. Ereditato il regno di Castiglia da Filippo il Bello, il nuovo re spagnolo cercò un secondo accordo, con Luigi XII, per cui i titoli di re di Napoli e duca di Puglia e Calabria sarebbero andati alla figlia di Luigi, Claudia, e a Carlo V, suo sposo promesso (1502).
Le truppe spagnole che occupavano Calabria e Puglia, capitanate da Gonzalo Fernández de Córdoba e fedeli a Ferdinando il Cattolico, non rispettarono però i nuovi accordi e cacciarono dal Mezzogiorno i francesi, a cui restò la sola Gaeta fino alla loro definitiva sconfitta nella battaglia del Garigliano. I trattati di pace che seguirono non furono mai definitivi, sennonché si stabilì almeno che il titolo di re di Napoli spettasse a Carlo V e alla futura moglie Claudia. Ferdinando il Cattolico però continuò a possedere il regno considerandosi erede legittimo dello zio Alfonso I di Napoli e della antica corona aragonese di Sicilia (regnum Utriusque Siciliae).
La casa reale aragonese divenuta indigena in Italia si era però estinta con Federico I, e Napoli cadde sotto il controllo della corona di Spagna che vi istituì un vicereame. Il meridione d'Italia restò possedimento diretto dei sovrani iberici fino alla fine della Guerra di successione spagnola (1713). La nuova struttura amministrativa, benché fortemente centralizzata, si sosteneva sull'antico sistema feudale: i baroni ebbero modo così di rafforzare la propria autorità e i privilegi fondiari, mentre il clero vide accrescere il proprio potere politico e morale. Gli organi amministrativi più importanti avevano sede a Napoli ed erano il Consiglio Collaterale, simile al Consiglio d'Aragona, l'organo supremo nell'esercizio delle funzioni giuridiche (composto dal viceré e da tre giureconsulti), la Camera della Sommaria, il Tribunale della Vicaria e il Tribunale del Sacro Regio Consiglio.
Fu Ferdinando il Cattolico che, detentore dei titoli di Re di Napoli e di Sicilia, nominò colui che era stato fino ad allora Gran Capitano dell'esercito napoletano, Gonzalo Fernández de Córdoba, viceré, affidandogli in sua vece gli stessi poteri di un re. Allo stesso tempo decadeva il titolo di Gran Capitano, e il comando delle truppe reali di Napoli fu affidato al conte di Tagliacozzo Fabrizio I Colonna con la nomina di Gran Conestabile e l'incarico di condurre una spedizione in Puglia, contro Venezia che occupava alcuni porti adriatici. L'operazione militare terminò con successo e i porti pugliesi tornavano nel 1509 al regno di Napoli. Re Ferdinando inoltre ristabilì il finanziamento all'università di Napoli disponendo un contributo mensile dal suo tesoro personale di 2000 ducati l'anno], privilegio confermato poi dal suo successore Carlo V.
Succedettero al de Córdoba prima Juan de Aragón, che promulgò una serie di leggi contro la corruzione, combatté il clientelismo, vietò il gioco d'azzardo e l'usura, e poi Raimondo de Cardona, che nel 1510 introdusse l'inquisizione a Napoli e i primi provvedimenti restrittivi nei confronti degli ebrei.
Carlo V, figlio di Filippo il Bello e Giovanna la pazza, per un complicato sistema d'eredità e parentele, si trovò a governare presto un vastissimo impero: dal padre ottenne la Borgogna e le Fiandre, dalla madre nel 1516 la Spagna, Cuba, il regno di Napoli (per la prima volta col titolo di rex Neapolis), la Sicilia e la Sardegna, nonché due anni dopo i domini austriaci dal nonno Massimiliano d'Asburgo.
Il regno di Francia, ancora una volta, venne a minacciare Napoli e il dominio di Carlo V sul Mezzogiorno: i francesi dopo aver conquistato il ducato di Milano al figlio di Ludovico il Moro, Massimiliano, furono sconfitti e cacciati dalla Lombardia da Carlo V (1515). Il re di Francia Francesco I nel 1526 entrò allora in una lega, sugellata da Clemente VII, detta lega santa, con Venezia e Firenze, per cacciare gli spagnoli da Napoli. Dopo una prima sconfitta della lega a Roma, i francesi risposero con l'intervento in Italia di Odet de Foix, che si spinse fino a Napoli assediando la città, mentre la Serenissima occupava Otranto e Manfredonia. Quando però la flotta genovese, alleata dei francesi, si mise al soldo di Carlo V, l'assedio di Napoli si tramutò nell'ennesima sconfitta dei nemici della Spagna, che portò poi al riconoscimento da parte di Clemente VII del titolo imperiale di re Carlo. Venezia perse definitivamente i suoi possedimenti in Puglia (1528). Le ostilità della Francia contro i domini spagnoli in Italia però non cessarono: Enrico II, figlio di Francesco I di Francia, sollecitato da Ferrante Sanseverino, principe di Salerno, si alleò con i turchi ottomani; nell'estate del 1552 la flotta turca al comando di Sinan Pascià sorprese la flotta imperiale, al comando di Andrea Doria e don Giovanni de Mendoza, al largo di Ponza, sconfiggendola.
La flotta francese però non riuscì a ricongiungersi con quella turca e l'obiettivo dell'invasione del napoletano fallì. Nel 1555, a seguito di una serie di sconfitte in Europa, Carlo abdicò e divise i suoi domini fra Filippo II, a cui lasciò la Spagna, le colonie d'America, i Paesi Bassi spagnoli, il regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna, e Ferdinando I d'Asburgo a cui andò l'Austria, la Boemia, l'Ungheria e il titolo di imperatore.

I vicereami del duca d'Alba, di Hurtado de Mendoza e la pestilenza 
I vicereami che si successero sotto il regno di Filippo II furono per lo più contrassegnati da operazioni belliche che non apportarono benessere alla popolazione di Napoli. A peggiorare la situazione incorse la pestilenza che si diffuse in tutta Italia attorno al 1575, anno della nomina a viceré di Íñigo López de Hurtado de Mendoza. Napoli, in quanto città portuale, fu estremamente esposta alla diffusione del morbo e le sue attività economiche principali furono minate alla base. Negli stessi anni sbarcarono prima a Trebisacce, in Calabria, poi in Puglia, le navi del sultano ottomano Murad III, che saccheggiarono i porti principali dello Jonio e dell'Adriatico. Fu necessario incrementare la militarizzazione delle coste, perciò il de Mendoza fece costruire un nuovo arsenale nel porto di Santa Lucia su progetto di Vincenzo Casali. Inoltre vietò ai funzionari pubblici di intrecciare legami sacramentali e parentele religiose.

Dalla pace di Cateau-Cambresis alla fine del dominio spagnolo 
Con la pace di Cateau-Cambresis la storiografia tradizionale designa la fine delle ambizioni francesi nella penisola italiana. Il clima di riforme religiose che coinvolgeva all'epoca sia l'opposizione luterana al papato di Roma, sia la stessa chiesa cattolica, nei territori del vicereame di Napoli si contestualizzò nella crescita dell'autorità civile del clero e delle gerarchie ecclesiastiche. Nel 1524, a Chieti, Gian Pietro Carafa aveva fondato la congregazione dei teatini che si diffuse presto in tutto il regno, affiancata poi dai collegi dei gesuiti, che furono per secoli l'unico riferimento culturale per le province dell'Italia meridionale. Il concilio di Trento imponendo nuove regole alle diocesi, quali l'obbligo della residenza nella propria sede a vescovi, parroci e abati, l'istituzione di seminari diocesani, dei tribunali d'inquisizione e, più tardi, dei monti frumentari, trasformò le diocesi del vicereame di Napoli in veri e propri organi di potere, fortemente radicati nel territorio e nelle province, poiché erano l'unico sostegno sociale, giuridico e culturale al controllo dell'ordine civile. Fra gli altri ordini monastici che ebbero molto successo a Napoli in questi anni si ricordano i Carmelitani Scalzi, le suore Teresiane, i Fratelli della Carità, i Camaldolesi e la Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri.

De Castro, Téllez-Girón I, Juan de Zúñiga y Avellaneda e la rivolta in Calabria 
Il 16 luglio 1599 giunse a Napoli il nuovo viceré Fernando Ruiz de Castro. Il suo operato si limitò principalmente ad operazioni militari contro le incusioni turche in Calabria di Amurat Rais e Sinan Pascià.
Nello stesso anno della sua nomina a viceré, il domenicano Tommaso Campanella, che ne La città del Sole delineava uno stato comunitario, basato su una presunta religione naturale, organizzò una congiura contro Fernando Ruiz de Castro nella speranza di instaurare una repubblica con capitale a Stilo (Mons Pinguis). Il filosofo e astrologo calabrese già era stato prigioniero del Sant'Uffizio e confinato in Calabria: qui col sostegno dottrinale e filosofico della tradizione escatologica gioachimita mosse i primi passi per persuadere monaci e religiosi ad aderire alle sue ambizioni rivoluzionarie, fomentando una congiura che si estese fino a coinvolgere non solo l'intero ordine domenicano delle Calabrie, ma anche i locali ordini minori come agostiniani e francescani, e le principali diocesi da Cassano a Reggio Calabria. Fu la prima rivolta in Europa a schierarsi contro l'ordine dei gesuiti e la loro crescente autorità spirituale e secolare. La congiura fu sedata e Campanella, che si spacciò per pazzo, scampò al rogo e all'ergastolo. Qualche anno prima (1576) a Napoli veniva processato per eresia anche un altro domenicano, il filosofo Giordano Bruno, le cui speculazioni e tesi furono ammirate successivamente da diversi studiosi dell'Europa luterana.
Il de Castro inaugurò inoltre una politica incentrata sul finanziamento statale per la costruzione di diverse opere pubbliche: sotto la direzione dell'architetto Domenico Fontana a Napoli dispose la costruzione del nuovo palazzo reale nell'attuale piazza del Plebiscito. Caratterizzato prevalentemente da opere urbanistiche fu il mandato di Pedro Téllez-Girón y de la Cueva: costui sistemò la viabilità della capitale e delle province pugliesi. Gli succedette Juan de Zúñiga y Avellaneda, il cui governo fu orientato al recupero dell'ordine nelle province: arginò il brigantaggio negli Abruzzi con il supporto dello Stato Pontificio e in Capitanata; ammodernò la viabilità fra Napoli e la Terra di Bari. Nel 1593 furono fermati dal suo esercito gli Ottomani che tentarono di invadere la Sicilia.

 
 
Nel 1559 Enrico II morì durante un torneo e, poiché i suoi tre figli erano troppo piccoli per regnare, fu nominata reggente la moglie Caterina de' Medici che era però mal vista dal popolo e dalla nobiltà per le sue origini straniere (era infatti italiana) e per il suo lusso. Durante la sua reggenza la Francia attraversò un periodo di debolezza e instabilità per vari motivi come lo scontro tra cattolici e Ugonotti (i calvinisti francesi), il fatto che due sottorami della famiglia reale (i Guisa e i Borboni) volessero impadronirsi del trono e i tentativi dei nobili di riacquisire gli antichi privilegi perduti.
Caterina de Medici attuò una politica di equilibrio: non voleva infatti ne favorire i Borboni, da lei ritenuti eretici in quanto Ugonotti, ne i Guisa nel timore di essere spodestata. Per questo è stata accusata di Machiavellismo. Nel 1562 con il primo editto di Saint Germain Caterina concesse la libertà di culto agli Ugonotti purché risiedessero fuori dalle città. In risposta all'editto i cattolici risposero con il Strage di Wassy in cui uccisero una settantina di Ugonotti. Cominciò così un lungo periodo di guerre di religione che funestarono la Francia ancora per parecchi anni. Nel 1570 Caterina concesse agli Ugonotti, inizialmente vittoriosi, con il secondo editto di Saint Germain, alcune fortezze tra cui quella di La Rochelle, considerata inespugnabile.
Due anni dopo però preocupata dal crescente potere degli ugonotti Caterina decise di sterminarli approfittando del fatto che migliaia di ugonotti erano andati a Parigi per assistere alle nozze del loro capo Enrico di Borbone. Nella notte di San Bartolomeo circa 5000-6000 ugonotti furono sterminati.
Le idee protestanti penetrarono anche in Francia, soprattutto ad opera di Calvino. Qui i protestanti presero il nome di ugonotti.
In Francia la religione calvinista si diffuse soprattutto tra la nobiltà feudale e la borghesia cittadina, due ceti che si ritenevano danneggiati dal crescente potere del re. Per questo motivo, gli ugonotti francesi non si limitarono a essere un movimento religioso, ma divennero un vero e proprio partito politico, ostile alla monarchia.
Per diversi anni ugonotti e cattolici si fronteggiarono senza grandi spargimenti di sangue. A partire dal 1570, però, si aprì una vera e propria guerra civile. Resta tristemente famosa la cosiddetta strage di San Bartolomeo (1572), nel corso della quale i cattolici massacrarono gli ugonotti di Parigi, senza risparmiare né donne né bambini.
Dopo un lungo periodo di guerre e di congiure, la morte dei vari contendenti lasciò un solo erede al trono di Francia: Enrico di Borbone, di religione protestante.
Egli si rese conto di non potersi opporre alla maggior parte della popolazione francese, rimasta cattolica. Allora si convertì solennemente al cattolicesimo.
In cambio di questa conversione, che fu certamente un fatto politico più che religioso, venne riconosciuto ufficialmente dal pontefice col nome di Enrico IV re di Francia. La dinastia dei Borbone conquistò così il trono di Francia e lo mantenne senza interruzione fino alla Rivoluzione francese.
L’intelligenza politica fece di Enrico un re tollerante in un tempo nel quale l’intolleranza era la regola. Per unificare definitivamente il paese, con l’editto di Nantes egli concesse ai protestanti la libertà di professare la loro fede (1598).

L’EDITTO DI NANTES
L ‘editto di Nantes (1598) rappresentò una delle prime formulazioni della tolleranza religiosa. Pur riaffermando che il cattolicesimo era la religione ufficiale del regno di Francia, esso concedeva la libertà di culto ai protestanti. Grazie all’editto, la Francia, estenuata da decenni di guerre civili, poté ritrovare la tranquillità politica e iniziare un periodo di sviluppo economico.Ordiniamo che la Religione cattolica, apostolica e romana sia ristabilita in tuffi i luoghi di questo nostro regno e paesi di nostra obbedienza, dove l’esercizio di essa è stato interrotto, per esservi pacificamente e liberamente esercitata.E per non lasciare occasione alcuna di disordini e di divergenze tra i nostri sudditi, abbiamo permesso e permettiamo a quelli della cosiddetta religione riformata (i protestanti) di vivere ed abitare in tutte le città ed in tutti i luoghi di questo regno e paesi di nostra obbedienza, senza che debbano subire inquisizioni, vessazioni, molestie, né essere obbligati a fare cose in materia di religione contro la loro coscienza.
 
 
Nel 1713 con la Prammatica sanzione alla morte del re Carlo VI assicurò alla figlia l’eredità della corona. Il re di Prussia iniziò subito a conquistare i territori della Slesia. Anche Spagna, Francia, e Regno di Baveria contestarono i diritti di Maria Teresa e della sua eredità ma però ottenne il sostegno dell’Inghilterra, dai Savoia. Poi la sovrana poté contare sulla fedeltà delle aristocrazie locali. La pace fu siglata ad Aquisgrana (1748) che sancì il riconoscimento di Maria Teresa di sovrana da parte degli altri stati ma dovette rinunciare alla Slesia ormai sottomessa alla Prussia e al Ducato di Parma che andò a Filippo di Borbone.
 
 
Una guerra scoppiò anche in Polonia quando nel 1733 il parlamento nobiliare polacco elesse Stanislao alla successione del re Augusto II di Sassonia. A questa scelta si opposero Austria e Russia che imposero con le armi la candidatura il figlio del precedente re, Federico Augusto costringendo Stanislao alla fuga.
 
 
Nel 1700 con la morte di Carlo II che non aveva eredi succede al trono il nipote di Luigi XIV, Filippo V come Carlo II aveva lasciato a testamento ma così Luigi XIV ruppe l’accordo fatto con Leopoldo d’Asburgo che prevedeva la spartizione dell’eredità del re spagnolo. Insieme all’Austria si schierò Inghilterra e Olanda timorose dei propri interessi. Il conflitto durò dal 1702 al 1714 con un dominanza sul piano militare dell’alleanza Olanda-Inghilterra-Austria. Con le paci di Utrecht e Rastadt l’Impero Asburgico ottenne i Paesi Bassi spagnoli, Milano, Napoli e la Sardegna; il duca di Savoia ottenne la Sicilia che in seguito cedette all’Austria in cambio della Sardegna ed estese i confini del Piemonte verso est.
 
 
Dopo aver raggiunto la sua massima espansione dopo il tentativo fallito di assedio di Vienna (1683), l’Impero ottomano inizia un lungo periodo di crisi e progressiva disgregazione conclusasi nel 1918 dopo la fine della Prima guerra mondiale. Le cause di questa decadenza furono il ritardo economico, politico e amministrativo e le tensioni etniche presenti in un impero multinazionale di dimensioni così vaste.
 
 
In Inghilterra al contrario di altri stati prevale il modello parlamentare più che quello assolutistico questo è dovuto dopo i fatti accaduti con la Glorius revolution che limitava il potere al sovrano. Alla morte di Maria Stuart e di Guglielmo III che non avevano figli la corona passò ad Anna Stuart ma alla sua morte per evitare che andasse in mano ad altri cattolici il parlamento fece passare la corona in mano alla dinastia degli Hannover (dinastia tedesca), protestanti e lontanamente imparentati con gli Stuart. Il nuovo re Giorgio I si dimostrò un corpo estraneo alla nazione di cui ignorava perfino la lingua di questo si può dire anche di Giorgio II, fu una prova dell’influenza del parlamento. A partire dal 1715 la vita inglese fu guidata dal partito whig di cui a capo c’era Robert Walpole, primo ministro dal 1720 al 1743, il processo di rinnovamento capitalistico dell’economia inglese ebbe così modo di consolidarsi.
 

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